La pittura di paesaggio

La pittura di paesaggio come forma di rappresentazione autonoma nacque in ambito fiammingo nella seconda metà del ‘500, per estendersi al resto d’Europa ed affermarsi definitivamente come “genere” pittorico autonomo nel corso del ‘600, grazie soprattutto alla rivoluzione “classicista” e naturalista operata prima dai Carracci e poi da Poussin e Lorrain, ad un complesso rapporto di scambi e crescita culturale, legate alle vicende del Gran Tour, e ad un particolare interesse suscitato presso i collezionisti e gli estimatori d’arte.

Considerato genere minore, il “paese”, “paesetto“, “tavolette di paesi“, tanto per usare i termini con i quali veniva indicata la pittura di paesaggio, secondo le fonti iconografiche del ‘500 era preceduta nella gerarchia artistica dalla pittura di storia sacra o mitologica e dal ritratto, mentre il paesaggio, sebbene precedesse la natura morta, era “declassato dalla tradizione umanistica ancora dominante ad appendice e fondale delle scene di storia e di devozione, lì dove protagonista assoluta era la figura umana e il messaggio morale ad essa legato” (A. Negro)

Già nel Medioevo, però, molti artisti ambientarono i loro soggetti in contesti dove il paesaggio era strettamente connesso all’episodio  rappresentato, come fecero, ad esempio, Giotto ad Assisi nel ciclo delle “Storie di San Francesco”e Simone Martini e Ambrogio Lorenzetti a Siena negli affreschi della sala dei Nove nel Palazzo Pubblico; con le “Allegorie ed effetti del buono e cattivo governo in città e in campagna” del Lorenzetti,  possiamo dire che siamo in presenza del primo paesaggio nel senso moderno della parola, protagonista assoluto dell’opera, autonomo, scevro da qualsiasi stilizzazione.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in campagna
Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in campagna

Nel ‘400 le conquiste ottico-geometriche della prospettiva e la scoperta del valore unificante della luce, indussero molti pittori a specializzarsi nella pittura di paesaggio, sulla scorta della trazione fiamminga; essi venivano chiamati dai grandi maestri a realizzare i fondali paesaggistici delle loro opere, ossia delle semplici ambientazioni scenografiche capaci di esaltare e dare maggiore spessore al soggetto del dipinto. Per tale motivo, questi pittori in genere non dipingevano scene copiate dal mondo reale, ma realizzavano ambientazioni frutto della loro fantasia ed immaginazione, anche se non mancarono opere in cui ad elementi reali, come architetture o rovine, venivano affiancati elementi naturali di invenzione.

E’ nelle Fiandre, però,  che nel corso del ‘400 la “moderna” pittura di paesaggio muove i primi passi, attraverso l’opera di artisti come Van Eyck o Rogier Van der Eyck, i quali attraverso un uso sapiente della luce e del colore riuscirono a cogliere gli aspetti più minuti della natura e del mondo reale in generale; la lezione fiamminga venne ripresa dapprima in Germania e successivamente in Italia ad opera di artisti come Benozzo Gozzoli e Antonello da Messina, il quale seppe raggiungere “quello straordinario equilibrio fra l’analitica ricerca fiamminga e la monumentalità solenne della pittura italiana, tra il senso atmosferico della luce e del colore e l’applicazione delle leggi prospettiche” (F. C. Marchetti).

Giorgione, Il tramonto
Giorgione, Il tramonto

Nella seconda metà del ‘400 molti pittori, in particolare veneti e lombardi, ripresero i temi del paesaggio introdotti da Antonello da Messina, con intonazione di volta in volta più lirica, contemplativa ed elegiaca; tra tutti un posto di rilievo venne occupato da Giovanni Bellini e soprattutto dai suoi allievi Giorgio Zorzi, detto il Giorgione, il quale riuscì a creare per la prima volta una perfetta fusione tra il soggetto rappresentato e la natura, e soprattutto Tiziano, straordinario paesaggista.

Alcuni aspetti stilistici e tecnici ed i particolari effetti di luce della pittura fiamminga, suscitarono l’interesse di Piero della Francesca, con il quale la pittura di paesaggio iniziò a prendere maggior corpo, anche attraverso quella sintesi prospettico-luministica codificata nel suo trattato “De prospectiva pingenti”. Non di meno l’opera di Leonardo da Vinci, con l’invenzione dello “sfumato”, riportò le tematiche del paesaggio ad indagare gli aspetti più minuti della natura: “Adunque, tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, et l’herbe che vi nascono minute et magre et in gran parte impallidite et seche per carestia d’humore, et l’arenosa e magra terra si vede transparire infra le pallide herbe, et le minute piante stentate et invecchiate in minima grandezza, con corte et spesse ramificationi e con poche foglie scoprend in gran parte le ruginenti et aride radici tessute co’ le falde et rotture delli ruginosi scogli, nate dalli storpiati cieppi dalli huomini e da venti; et in molte parti si veggha li scogli superare li collu de li alti monti, vestiti di sottile e pallida lanugine” (E. Solmi).

Ma nonostante il nascente interesse per la pittura di paese “nella trattatistica del Quattrocento e della prima metà del Cinquecento il paesaggio, come nelle pittura coeva, non arriva a una piena autonomia, non raggiunge dignità di statuto pittorico, né di libera suggestione sentimentale. Può arrivare ad altissime vette e a preziosissimi effetti, ma non perviene a una completa affrancazione dalla felice schiavitù del particolare“; infatti, immagini paesaggistiche, scorci panoramici, “viste” pittoresche non erano immaginabili per gli uomini del Cinquecento: il loro occhio perlustrava con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana, magari fissandola in tipologie approssimative, in stereotipi e luoghi comuni di pura invenzione. (S. Camporesi)

Nella seconda metà del ‘500 la venuta in Italia di diversi pittori fiamminghi contribuì a dare una svolta epocale alla pittura di paesaggio; a Roma ed in altre città, in particolare del Veneto, i pittori nordici lasciarono tracce della loro opera tutta incentrata sui temi del paesaggio. Fu così che la pittura di “paese”, prima relegata sui fondali dei dipinti rinascimentali, verso la fine del ‘500 diventa genere pittorico, aprendo la via a un nuovo sentimento della natura nell’arte e delineando un nuovo soggetto artistico, il paesaggio.

Paul Brill, Paesaggio con Mercurio e Argo
Paul Brill, Paesaggio con Mercurio e Argo

Sulla scia delle conquiste tardo cinquecentesche, durante il corso del ‘600 la pittura di paesaggio passa da mero concetto di genere a soggetto autonomo, all’interno del quale i trattatisti operarono la distinzione tra paesaggio “ideale” o “eroico” e paesaggio “pastorale“, categorie alle quali, più tardi, vennero aggiunte ulteriori articolazioni. La pittura di paesaggio conquistò lentamente e gradualmente una posizione di rilievo, grazie anche all’attività di alcuni trattatisti, entusiasti sostenitori del nuovo genere pittorico; tra essi il frate domenicano Francesco Bisagni, il quale all’interno del suo “Trattato della pittura” pubblicato a Venezia nel 1642 così si esprimeva: “Ancora molti sciocchi tengono che il far paesi sia materia molto facile, e di poca considerazione, nulladimeno s’inganano di gran lunga poichè il far paesi con l’artificio, che se gli ricerca conforme l’ordine della scieza, è una delle più difficili parti che abbraccia la pittura, & è così vero quanto io dico, che per bene esprimergli, bisogna avere una gratia particolare, & un dono divino…”

Al successo della pittura di paesaggio contribuirono sia gli specialisti nord-europei che i pittori italiani, attraverso l’introduzione in un nuovo genere pittorico praticato secondo precise regole compositive e di armonia, grazie soprattutto al realismo dei pittori olandesi, primo fra tutti Jacob Van Ruysdael, al rinnovato interesse per il classicismo della famiglia Carracci e di Domenico Zangheri, detto il Domenichino, e alla bellezza aspra e selvaggia dei paesaggi di Salvator Rosa; ad essi fecero eco diversi pittori “forestieri”, in particolare francesi e fiamminghi, attivi a Roma nella prima metà del XVII secolo, i quali seppero elevare il paesaggio ad un rango di pari dignità con la pittura di storia.

Roma divenne la capitale indiscussa dell’arte attraverso l’opera di alcuni celebri artisti tra cui Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, e Paul Brill, capofila dei paesaggisti nord europei allora presenti nella città eterna; il soggiorno in Italia consentì a Brill di entrare in contatto con gli ambienti artistici del tempo e conoscere il rinnovato interesse per il mondo classico, tanto da “reinventare” le regole nordiche della pittura di paesaggio, come ebbe a dire il suo amico storico e pittore Giovanni Baglione, per il quale “ Vi sono alcuni paesi vaghissimi che furono da lui felicemente condotti, da poiché egli rimoderna la sua prima maniera Fiamminga, essendosi egli grandemente avanzato dopo aver veduto i belli paesi di Annibale Carracci e copiato i paesi di Tiziano rarissimo dipintore”.

Nicolas Poussin, Paesaggio con i funerali di Focione
Nicolas Poussin, Paesaggio con i funerali di Focione

Ma l’apporto decisivo alla nascita della moderna pittura di paesaggio venne impresso da alcuni pittori francesi trapiantati a Roma, quali Nicolas Poussin, suo cognato ed allievo Gaspard Dughet e Claude Gellée, meglio noto, dal luogo di origine, come le Lorrain, il Lorenese; questi sulla scorta delle impostazioni artistiche praticate dalla scuola bolognese dei Carracci e del Domenichino seppero elevare la pittura di “paese” a soggetto artistico sublime, attraverso l’interpretazione del paesaggio in un genere che affondava le proprie radici nell’ideale classicista di inizio Seicento, in cui l’immagine di una realtà idealizzata e solenne, venne ordinata attraverso una visione armoniosa, dove uomo e natura convivevano in perfetta sintesi.

L’idea del paesaggio come specchio dei sentimenti e cornice dell’umano destino toccò vertici di straordinaria poesia con Poussin, il quale realizzò una serie di capolavori in cui la natura era idealizzata e studiata in punta di pennello per meglio esprimere il senso della storia, che i personaggi, in scala minore, interpretavano. Per Lorrain, invece, la natura non era legata a contenuti sentimentali o speculativi, ma era solo ciò che si poteva vedere: luci e ombre continuamente mutevoli, frasche, alberature, lontananze, fiumi e tramonti sul mare, centellinati con mirabile applicazione e maestria. (A. Negro)

Nel vivace clima culturale di fine Seicento si cominciò ad apprezzare la pittura di paesaggio e la scena di genere, ma è durante il ‘700, nel clima illuministico che caratterizzò la cultura di questo secolo, che la pittura di paesaggio raggiunse un’estensione e un’autonomia mai viste prima; nacque una nuova stagione per il paesaggio, in quanto ai temi classici del ‘600 si aggiunse pian piano la rappresentazione di scorci di città, attraverso le vedute o i “capricci”, molto ricercate dai collezionisti e dalle più grandi Corti europee.

Gaspard van Wittel, Piazza Navona
Gaspard van Wittel, Piazza Navona

La veduta, già presente nell’arte sin dal ‘500, si sviluppò nel ‘700 quale rappresentazione topografica di grandi città, come oggetto di culto del rituale viaggio di formazione degli artisti di tutta l’Europa, il famoso Grand Tour, dove le vedute assunsero spesso il ruolo di souvenir per turisti. Fu soprattutto l’opera dell’olandese Gaspard Van Wittel (padre dell’architetto Luigi Vanvitelli) a dare un forte impulso alla corrente artistica della veduta e proprio van Wittel  insieme ad alcune figure emergenti nel contesto romano divennero i punti di riferimento privilegiati per gli artisti veneti Canaletto, Bellotto e Guardi, i quali seppero inventare la forma della veduta quale genere artistico caratteristico del ‘700. Accanto a questi artisti italiani numerosi pittori stranieri divennero famosi come vedutisti; tra essi un posto di rilievo spetta al tedesco Jacob Philipp Hackert, pittore della Corte dei Borboni, autore tra l’altro di numerose  gouaches, antesignane delle moderne cartoline illustrate, realizzate con la stessa precisione di uno scatto fotografico, trasfigurato dalla sensibilità dell’artista.

Nella seconda metà del ‘700, dietro l’esempio classico di Poussin e di Lorrain, venne sviluppandosi il filone del paesaggio pittoresco, attraverso le opere dei cosiddetti “Rovinisti“, ossia di quei pittori che nei paesaggi inserivano sempre la rovina di qualche edificio antico: una statua, un pezzo di colonna, un frammento architettonico. Emblematica in tal senso fu l’opera di due grandi pittori-architetti, entrambi del nord Italia ma naturalizzati romani, quali Giovanni Paolo Pannini e Giovan Battista Piranesi, i quali, sulla scorta della lezione vanvitelliana, svilupparono il genere delle “rovine” o “vedute ideate”, attraverso il quale composero e interpretarono, in modo del tutto fantastico, le testimonianze della Roma antica e moderna.

Giovanni Paolo Pannini, Capriccio o veduta di Roma con il Colosseo
Giovanni Paolo Pannini, Capriccio o veduta di Roma con il Colosseo

Sulla scia del genere della veduta, molti pittori ed incisori mirarono ad offrire visioni sempre più complete delle città e del territorio circostante, dando vita ad una nuova forma artistica: il “panorama“; questa variante della pittura di paesaggio venne introdotta nella seconda metà del ‘700 dal pittore inglese Robert Barker, trovando la sua piena affermazione nel secolo successivo. “Si tratta di rappresentazioni continue, a 360 gradi e spesso di dimensioni colossali, raffiguranti avvenimenti storici, religiosi, città e, meno frequentemente, paesaggi, che venivano mostrate a volte a pagamento, in edifici appositamente progettati, riscuotendo l’entusiastico favore del pubblico” (C. Nordhoff). Celebri sono i panorami o le cosidette vedute circolari di Roma realizzate da Louis Francois Cassas, Ludovico Caracciolo, Johann Christian Reinhart, Friedrich Loos e dall’incisore Karl Cristian Andreae.

La pittura di paesaggio, genere “de plus riches, des plus agréables et des plus feconds de la peinture” come indicato agli inizi del ‘700 nella nota  “Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers” dei francesi Diderot e D’Alembert, sebbene con molte riserve, entrò a far parte anche della trattatistica neoclassica, analizzato nei suoi aspetti fondamentali da diversi autori, come nel caso di Francesco Milizia il quale, nel suo Dizionario delle Belle Arti del Disegno, ne evidenziò tre specie differenti: “i paesaggi che rappresentano aspetti reali della campagna e che, fedeli come ritratti, formerebbero una collezione utile per l’economia, per l’agricoltura, per la storia naturale; i paesaggi misti dove al dato reale si mescolano situazioni pittoresche di uomini e armenti come avveniva nei quadri dei pittori fiamminghi; quelli tutti ideali, vale a dire armoniosamente composti di parti scelte tenendo presente lo stile dei maestri cinque-seicenteschi e le convenienze cromatiche e prospettiche suggerite dai principi dell’ordine e della semplicità”. Anche il francese Pierre Henri de Valenciennes pubblicò un testo sull’argomento intitolato “Elements de perspective pratique à  l’usage des artist, suivis de Réflexion et conseil à un élève sur la peinture et plus particulièrement le genre du paysage“, un saggio destinato soprattutto ai giovani artisti interessati alla pittura di paesaggio. (C. De Seta)

Verso la fine del ‘700, grazie all’opera di grandi maestri quali Turner, si giunse pian piano alla pittura di paesaggio che tutti noi conosciamo; con la scoperta del plein air si avvia la grande stagione della pittura di paesaggio naturalista, che fa da preludio a quella romantica, impressionista e macchiaiola che trionferà nell’800.

Maurizio Pece

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